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29 marzo 2009

Il fantastico mondo

Nel mezzo dell’asfissia di cercalavoro sovvengono le immagini patinate e dolci del magnifico mondo di Amelie.
I film non sono la realtà hanno sempre detto le mamme e le nonne senza più ideali e illusioni ai figli ancora legati a una luce negli occhi (opera di una lampada sparata contro) che, idealmente, esprime la stella da rincorrere e da afferrare.
Nel film francese, anno 2001, Amelie sopravvive facendo la barista. Non ha un brufolo, è carina, vestiario ricercato, ha un gatto, che non si nutre di aria, e una casa a Montmartre, se di proprietà o in affitto poco conta. I pomeriggi stacca continuamente dal lavoro girovagando per Parigi, senza che la direttrice, per dirla alla Milano style, la sua boss, rumoreggi bofonchiando.
Nino vende vibratori in un sexy shop circondato da ragazze in topless che neanche si interessa a toccare. Un giorno su sette lavora come mostro animato lungo il percorso d’un trenino degli orrori da luna park, regolarmente deserto: a metà settimana, di pomeriggio, i bambini sono a scuola. Possiede una moto, una decente bellezza francese (faccia allungata, naso tendente all’aquilino, labbra sporgenti, vago sguardo da pesce lesso), non un rotolino di grasso, veste casual, passa tre quarti del suo tempo ispezionando le macchinette fotografiche automatiche piazzate in stazione e in metrò.
Amelie e Nino si incontrano, si cercano, si rincorrono. Alla fine, il fato romantico li fa trovare.
La storia è palesemente iperbolica, tirata, allungata, costantemente in pericolo di strappo. La morale pagana emerge chiara, però.
Come Amelie apprezza le piccole gioie, tirare i sassi, accarezzare il gatto, rompere lo strato solido della creme brulee, così la vera contentezza, e non la felicità che, come il tempus, fugit, risiede nei piccoli particolari della vita. Chi non ha mai riso vedendo un cavallo scavalcare imperiosamente la staccionata, imperversando di corsa nel gruppo di ciclisti in competizione al Tour de France, dovrebbe imparare a farlo.
Poi, mi sono chiesto: ma la vera contentezza risiede solo nel toccare la creme brulee, nel renderla schiava, mostrando la sua debolezza grazie ad un’arma, un cucchiaino inferto sulla superficie solida, o assaporarla, vagabondarla in bocca, facendole toccare tutte le papille gustative riserva un piacere maggiore?
La risposta, che tengo per me, s’è legata a una considerazione letta in un manuale sulle migliore trattorie d’Italia.
L’opera, il cui autore rimane innominato per mia scelta dato che, già collaboratore di Epoca, Repubblica, Panorama, Affari e Finanza, Le vie del gusto et similia, non necessità di ulteriore pubblicità, analizza i migliori ristoranti italiani in cui la qualità del cibo si combina a prezzi e offerta gastronomica più consoni all’Osteria da Ciccio che alla sciccheria del maitre d’haute restaurant.
Recensendo un ristorante di Genova, parola più parola meno, il citato lo evito per la ragione di cui sopra, il guidatore, cioè l’autore della guida, così si esprime: Ci sono stato la prima volta nel 1995, altri tempi, solo a ricordare mi struggo. Era appena terminata Tangentopoli, uscivamo dalla drammatica, per i borselli italiani, manovra Amato, eppure… eppure l’Italia reagiva alle difficoltà, ai problemi, alle intemperanze politiche, sociali e del fato. C’era ancora la Lira che, fuori dai confini natii, valeva un fico secco, ma si stava bene. Chiunque si poteva concedere una cena fuori, ordinare il rombo con patate e carciofi senza decidere, dopo conflitto interiore, all’ultimo, di sterzare sulla porzione, più a buon mercato, di spaghetti allo scoglio. Ora, invece.
Giuro, ogni tanto mi fermo, riapro la guida e rileggo. E ogni volta mi viene il magone.
Poi mi incazzo, perché in quel ristorante l’autore innominato si trovava invitato dal più grande brand, sempre per dirla alla Milano style, calzaturiero italiano, in onore delle epiche gesta del veliero tricolore reduce dalle imprese di tre anni prima in una celeberrima competizione di portata mondiale, quindi, facendo due più due, il rombo carciofi e patate non mancava allora, né manca, ora, dalla sua tavola.
Passata l’arrabbiatura, però, mi ricommuovo, trovando nell’intero discorso un affresco a parete illustratore di verità. Quando penso di aver incorociato una verità, mi pongo delle domande.
Si può, ora, lavorare in un bar, in un pornoshop, in un luna park e vivere decentemente? No.
Quando vivremo senza lavorare mai?




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26 marzo 2009

L'uomo col megafono

La stazione di Lambrate, oggi pomeriggio, frizzava di nuovi verdi germogli sugli alberi. Il sole pallido luccicava sulle lamiere arrugginite dei treni regionali. La gente sorrideva.
Ragazzi tornavano da scuola con zaini pesanti, universitari reggevano quaderni a quadretti riempiti di tratti a penna. Lavoratori latitavano d’attenzione sulle panchine, tralasciando al loro fianco borse 24 ore in pelle. Vecchietti avanzavano incerti con l’aiuto della terza gamba, il bastone.
La gente rideva e scherzava.
La gente deve piangere. Non c’è nulla per cui ridere, a questo mondo, se non l’inconsapevolezza di dormire in un mondo di dormienti.
W.




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5 gennaio 2009

La Casa

 

Ignorando qualunque buon consiglio che la mia parte cattiva, quella calma, paurosa e codarda, suole suggerire in ogni occasione, oggi ho deciso di fare un salto nel passato.
Di buona lena, ho riaperto il blog, ho riletto la maggior parte degli articoli scritti, regresando fino all’inizio del 2006. L’ho rifatto per confrontarmi con me stesso.
Capitano giornate, ore, singoli momenti in cui, pur essendo saldamente ancorati a un lavoro, a una persona, a un luogo, ci si sente invece nel mare aperto, non tanto in mezzo a una tempesta, quanto bisognosi di sapere quale rotta prendere per non perdersi, e quindi saggiamente si torna per un attimo indietro, si inverte la direzione dell’azione sui remi e poi, raggiunta la tranquillità della strada conosciuta, si è pronti per ripartire, con la quasi certezza di evitare uno sbaglio.
Negli ultimi due anni il mio amico virtuale non mi ha quasi mai visto. Mi è capitato di pensare, a volte, di averlo abbandonato, senza però sentirmi colpevole: in fondo, come Dio ha potere di vita e di morte su di Me, io ho potere di vita e di morte sul mio blog, essendo una mia creatura. La colpa, eventualmente, l’ho provata nei miei riguardi, quasi che la lontananza non dipendesse da me, quasi che fosse un allontanamento coatto.
Puntualmente, mi accorgevo delle frottole che mi stavo raccontando. “Scrivi tu, se non scrivi non pubblichi, quindi la colpa è tua”. Senza farmi ulteriori domande, a questo punto interveniva la giustificazione divina, che mi scaricava di ogni responsabilità e buonanotte ai sognatori.
Ho scoperto che il mio blog è una tomba. Conserva il mio scheletro, la mia essenza, ogni tanto ricordata da un mazzo di fiori nuovi, non per nulla, casualmente, l’ultimo post si chiamava bouquet, e tante piccole foto di persone morte con me.
Approssimativamente, il 90% delle persone che, ai miei tempi, scriveva assiduamente, ha smesso di farlo. Forse i più legati alle creature le hanno abbandonate, consentendo comunque loro di vivere, di esistere come monumento, termine che, in latino, significa ricordo, insegnamento, avvertimento. I più misericordiosi, verso sé stessi, non verso la creatura, l’hanno azzerata, lasciandola esistere solo di fatto, ma non in concreto, c’è il nome, ma null’altro, cosi che la vergogna sia circoscritta, non abbia profondità, non si possa estendere. Gli spietati, forse spinti da spietatezza verso sé stessi, l’hanno distrutta, non esiste più.
Un tempo, un diario online, ho pensato, era tale a tutto tondo. Su un diario si appuntano gli impegni, compiuti e da compiere, certo, ma anche le impressioni, gli incontri, le descrizioni, le citazioni, magari si attaccano alcune foto, o i testi delle canzoni. Insomma, un’opera completa costituita da diversi stili letterari e da diverse componenti artistiche. L’ho sempre considerato così e, quando era giovane, il mio blog, tutti i blog, tendevano a svilupparsi nella stessa maniera, un frullato di un po’ di tutto, un prodotto un po’ naif ma certamente vario e gustoso (anche schifoso, a volte). Mi è sembrato di capire che oggi una pera debba essere una pera, una mela un mela, una banana una banana. C’è il blog giornalistico, il blog politico, il blog letterario, il blog culturale, il blog diario, il blog cronaca della giornata. Addirittura sembra che neppure più si sia interessati ad utilizzarlo per conoscere nuova gente, certamente non uno degli scopi più nobili della sua esistenza, ma altrettanto certamente uno dei più divertenti. Ho come l’impressione che la gente si prenda troppo sul serio, o forse accade che per broccolare e cazzeggiare esistano myspace, anche se in coma, e facebook, che presto ci andrà.
Leggendo delle mie vecchie composizioni ho notato che anche solo un anno di distanza ha inciso profondamente sulla freschezza del risultato. Come se la spontaneità, la naturalezza di certe espressioni, gli sbagli e gli ardori inclusi senza troppe domande, fossero propri di uno smalto che, inevitabilmente, il tempo tende a lavare via. Lo vedo anche ora, nelle righe superiori, molto più compassate, più calme, di una bellezza più giunonica, rispetto all’efebica secchezza dei giorni antichi.
A volte, sul treno, penso a quanti anni possa avere la ragazza seduta fronte a me. Dapprima mi affido al cuore, all’intuito, che risponde sempre più veloce, sempre sicuro, come il tuono che segue il fulmine ed essendogli legato non può ingannare. Invece inganna, perché la prima risposta, quindici, sedici anni, è palesemente sbagliata, ed è opera dell’intelletto la sottolineatura in matita blu dell’errore. Sono universitarie, quindi non più vergini, ed hanno già passato i vent’anni. In quel momento mi coglie sempre un attimo di imbarazzo, non dettato dalla discordanza tra testa e cuore, ma dalla certezza che sono io ad avere vent’anni ma, contemporaneamente, sono più anziano, più cresciuto, rispetto loro.
Ho visto un filmato in cui i Lunapop, ancora al completo, nel 2001 , cantavano a Top of the pops, programma defunto, Se ci sarai. Il cambiamento maggiore, senza dubbio, è molto semplice da cogliere. I Lunapop non esistono più, oggi. Niente più Mike Giuliani e gli altri due componenti, purtroppo per loro, scarsamente utili. Ad un’occhiata più precisa, però, si nota altro. Cesare, senza il dovere di aggiungere Cremonini, aveva la pelle imberbe, o intonsa di fresca rasatura, tipica del ventenne. I capelli, colorati da orrende meches rosse, risplendevano nella forma dettata dal gel. Ballo, senza il dovere di specificare “il bassista coi rasta”, sorrideva, incorniciato il viso da candele di capelli biondi. Oggigiorno Cesare Cremonini è uno sciatto ventottenne con la barba lunga, le occhiaie profonde, la pappagorgia e calvizie incipienti; Ballo conserva i suoi capelli sottovuoto dopo averli tagliati completamente a causa di un buco nella capigliatura chiamato, in gergo tecnico, piazza.
Non capivo come avessi potuto scrivere, in un punto, “Gli Oasis mi accompagneranno fino alla tomba”, soprattutto alla luce dello scempio compiuto nell’ultimo album.
Mi inquietava l’elogio del precariato, lasciato così, senza pensarci, speravo, tra i vari commenti.
Ho temuto di essere cambiato.
Poi, per caso, ho scovato una notizia di gossip, di quelle che, tre anni fa, stavano alla pagina 111 di Mediavideo, dove stanno ora, che nessuno legge e tutti conoscono, me compreso.
Leonardo Pieraccioni ha lasciato Laura Torrisi.
Pieraccioni, immenso scansafatiche, toscanaccio buongustaio, studente fuori corso, regista squattrinato prima, ricco mestierante poi, autore dell’irraggiungibile capolavoro “Il ciclone”, assaggiatore inannoiabile di figa, che con l’ultimo film, “Una moglie bellissima”, nomen omen dicevano i latini, aveva trovato l’amore e, dicevano i giornali, la moglie per lui.
Ora, riportano le cronache, la rottura è avvenuta per la voglia di Laura di sposarsi e la non voglia di Leonardo di compiere il grande passo. Suggeriscono sempre le cronache che la non voglia di lui possa essere legata a una nuova donna nella sua vita.
Impareggiabile Leonardo, grazie.
Quante volte ho guidato il tuo motorino senza freni. Quante volte ho passeggiato per la città annoiato dalla quotidianità solita. Quante volte mi sono immaginato un camper di ballerine transitare per caso da casa mia. Quante volte sono rimasto, con te, nell’angolo, timido, a veder ballare il flamenco. Quante volte ho passeggiato lungo l’Arno alla ricerca di un cornetto caldo. Quante volte mi sono imbarazzato per quel piripì su cui si schiantano i sogni.
I sogni.
Continuo a stare lì, lungo la strada polverosa, tra i girasoli in fiore, al buio della sera, con alle spalle le colline brulle, davanti al casolare di campagna, dicendo al nonno “Gino, vo’ in Spagna”, attendendo solo una breve risposta, “Olè”.




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29 agosto 2008

Quasi mi scordavo di come si facesse

 
Questo post DEVE essere letto ascoltando Bouquet dei Baustelle.


Al tempo in cui ero un universitario assonnato, speranzoso e squattrinato, solevo prendere il bus per arrivare a Milano. Venticinque chilometri nel traffico affaccendato e lento della tarda mattinata, tra ballonzolii di seni e buche d’asfalto, fermate mal-segnalate e ritardi cronici.
Alla fermata dell’autobus osservavo i futuri compagni di viaggio guardare passare le macchine. Stringevano tra le mani il biglietto di salita, portavano le borse del supermercato, camminavano dietro la siepe di cipressi, specchiandosi nella vetrina del negozio di mobili, a volte trascinavano i piedi per pulirsi le suole delle merde schiacciate nel cammino, ascoltavano canzoni di complessi sconosciuti e imprecavano quando terminavano le pile. Scuotevano la testa, fissavano la faccia di chissà chi nel vuoto davanti a loro, leggevano il giornale spiegazzato rozzamente.
Dopo qualche giorno diventavano amici muti e consenzienti; non parlavano se non in caso di sventure. Li osservavo comunicare a gesti involontari, il prurito al naso placato dallo strofinare di un dito, lo sbadiglio soffocato dal palmo di una mano, l’anarchia dei capelli censurata da un colpo secco di collo, le labbra secche idratate dalla lingua insalivata. Studiavo la barba dei tre giorni inventandoli nei silenzi interrotti dai clacson, odoravo i profumi da letto misti agli scarichi delle automobili, fissavo i rossetti sbavati e i mascara colanti di ragazze che spogliavo, ammalate di sesso, con gli occhi, su seggiolini di plastica grigia.
L’uomo che, da qualche giorno, cercava di parlarmi, oltre a essere un sorpresa, non dava prestigio sociale. Non vestiva alla moda, non parlava correttamente, sputacchiava, la borsa dell’Esselunga rimarcava un’estrazione popolana, come la mia. Saliva le scale piano, aiutandosi col bastone di legno liscio con il quale calpestava i gradini, poi percorsi dai suoi piedi rugosi, stretti tra sandali di cuoio sfilacciato da cui spuntavano unghie maltrattate dal tempo, dai funghi, dall’incuria. La faccia tonda; sopra la barba bianca, fatta da qualche giorno col rasoio, portava una montatura d’occhiali anni ‘70, spessa e nera, il corpo tozzo non raggiungeva una statura media e si stringeva in pantaloni di fustagno, in una camicia di cotone costantemente coperta da un gilet, abbottonato, attillato alla pancia ormai flaccida. L’impressione contadina trovava conferma nella coppola appena rialzata sopra una fronte consumata dal tempo, su capelli corti e diradati. Parlava con accento siciliano, pur sembrando sardo. Le parole arrivavano in leggero anticipo sull’alito fetido, mi figuravo denti marci, gialli e radi, il significato veniva soverchiato dal disgusto. Per educazione, nel vano e falso tentativo di comprensione, avvicinandomi, mi abbassavo e volgevo a lui l’orecchio destro e gli occhi a sinistra alle persone, alle loro facce, ai loro sguardi verso di me. Annuivo e sorridevo, non sapendo rispondere, non avendo colto il senso. Stringevo più forte le maniglie d’appoggio del bus, cercavo di mantenere un equilibrio, attendendo la sua discesa.
Lo incontravo quotidianamente, rideva salutandomi, dandomi del “lei”. Mi si metteva accanto e parlava. Io cercavo le vetrine dei negozi attraverso i finestroni in movimento, oltre i martelletti d’emergenza, oltre le acconciature fresche o arruffate, oltre le macchie di pioggia asciugate sul vetro dal sole. Guardavo le insegne colorate, le reclame appese ai muri, le silhouette delle persone ferme nella ricerca o in cammino veloce verso; a volte, ai semafori rossi, fermo, venivo raggiunto da chi avevo già superato, e potevo rivederle passare e superarle ancora. Le sue parole facevano da colonna sonora.
Nato in Sicilia, povero, figlio di contadini, si era trasferito in Germania, a costruire automobili. Trattato da animale, s’era innamorato di una tedesca, bionda e con le gambe lunghe, che lavorava in ufficio, fianco alla sua fabbrica. Avevano fatto una figlia e poi lei, senza dirmi il perché, se n’era andata. Tornato in Italia, in un’altra fabbrica di automobili, aveva perso i contatti con la madre, ma conservava il ricordo, e la possibilità di visita, della figlia. Non si era sposato, riviveva in lei l’emancipazione sociale che non era spettata a lui.
Mi raccontava il passare della sua vita, spesso ripeteva lo stesso episodio a distanza di qualche giorno, io fingevo stupore, o sorpresa, cercavo di abbassare gli angoli della bocca, mostravo i denti ridendo, poi, all’improvviso, mi diceva che doveva scendere, mi stringeva la mano aggiungendo un arrivederci. Girava gli occhi vivi e se ne andava, lo vedevo allontanarsi, non mi rimaneva che guardare le persone camminare, chiedendomi perché, a volte, non si fermassero ai semafori rossi.
Poi, passando il tempo, sono cresciuto e non ho preso più l’autobus. Non ho neanche più visto il signore, ma mi chiedevo, a volte, se fosse ancora vivo.
Improvvisamente, una sera di metà agosto, fianco a un’edicola con le serrande chiuse, sotto i cartelloni dei morti settimanali, davanti a una cabina telefonica polverosa e abbandonata, di fronte all’aiuola cagatoio dei cani del quartiere, ho visto, guardando verso un muretto a secco, il suo bastone e la sua coppola. A colpo sicuro l’ho salutato, formalmente, come amava lui fare un tempo, verso di me, quando lo vedevo avvicinarsi alla fermata del bus, da lontano, ondeggiando la sua borsetta. Riconoscendomi, mi ha risposto col solito buongiorno. Non mi sono fermato, passandolo spedito mentre conversava con un marocchino seduto fianco a lui, disinteressato, con uno sguardo compassionevole e annoiato, in cerca di una fuga nel sole che tramontava dietro le antenne dei tetti rossi su cui, in quel momento, transitavano piccioni in stormo, pronti a tornare nella voliera.
Ancora invidioso, rincasando, il giorno successivo, mi sono stupito di vederlo seduto su una sedia di paglia, fuori da un uscio che non sapevo appartenere a lui. Guardava la strada, scarna di macchine e di persone. E, girando la testa, quasi calva senza coppola, attraverso lenti spesse, mi ha invitato a fermarmi. Mi è squillato il cellulare, vergognosamente, e, lui, gentilmente, ha calmato il mio imbarazzo con un gesto delle mani, si è alzato, ha salito il gradino di ingresso dandomi il tempo sufficiente per parlare e riattaccare, tornando con una bottiglia di vino “delle sue zone” e due bicchieri di vetro scadenti, di quelli che si rompono nei film western americani. Alle solite domande scontate da sconosciuto ho risposto con le solite banali risposte intimidite, non tralasciando, per ultimo, la mia prossima partenza per le vacanze. In quel momento, smettendo di osservare il palazzone di mattoni rossi oltre la strada, si è voltato, per salutarmi, stringendomi la mano e dispensando consigli. Mi raccomando, si diverta..Si ricordi che c’è una sola vita.. E, soprattutto, si ricordi che c’è una sola giovinezza. Perché poi. Qui, fermandosi, senza usare il bastone, si è alzato, e, alzando le braccia sopra la testa, facendole scendere lungo tutto il corpo, si è eretto ad esempio vivente, senza smorfie. Ho lasciato la sedia e l’ho guardato, in piedi, dall’alto in basso, ho sorriso, ringraziato e me ne sono andato a passi lenti.
I
 cinquanta metri fino alla strada in cui girare, sulla sinistra, li ho percorsi osservando la sabbia e i fiori gialli fianco al marciapiede, tra cicche di sigarette, qualche centesimo e stralci di giornali smunti impossibili da datare. Alla svolta mi sono fermato e, da lontano, come sul molo, ho agitato la mano, un fazzoletto bianco, per salutarlo. Alzando la testa mi sono accorto dei locali vuoti, grigi e abbandonati, della videoteca che frequentavo da bambino. Venivo a comprarci le patatine e i liquironi, i goleador e i chupa chupa, a noleggiare i film a cartoni animati, sceglievo con cura, tempo e attenzione, le cassette degli incidenti motociclistici, ignorando lo scaffale delle pellicole porno situato, stranamente, proprio lì davanti.




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4 gennaio 2008

Ieri è morto Gesù Bambino

L'odore delle tavole di qualche legno sconosciuto, dal colore inanimato. La ruvidezza dei listelli incastrati tra di loro perfettamente, nelle eterne promesse di scaglie acuminate per le mani, nei racconti dei piedi che li hanno calpestati, nelle nuvole di fiato che li hanno coperti. E poi il sentore saturo del velluto cotto dal tempo, del sole arancione delle quattro di pomeriggio di inverno, e delle sette di estate. I tacchi delle scarpe del prete sulla pietra maculata, che si avvicina, l'incenso d'orato che cosparge, roteando, nell'aria. Gli spilli che bucano la pelle, nel trattenere lembi di tessuto bianchi come le anime candide di un tempo. Le corone ghirlandate di plastica dorata che, staccandosi, irradiano le facce rosa, le guance rosse, i capelli lisci e mossi, di riflessi infissi nello sguardo di chi guarda. Le candele accese nell'oscurità, le luci, tremolanti, come le voci dubbiose e incerte che avanzano, come scarponi pesanti di gente riunita nelle mani giunte, le punte in alto, nella nebbia del credo, nella candela della speranza. E si attendono le quinte, decorate da mani inesperte, si attende l'apertura del sipario, difesa morbida delle paure, nell'impossibile immobilità di collane di perla, nel frusciare di pellicce, nel risplendere di pietre, nelle arie di parole calibrate, carato per carato, e poi profferte, su un piatto d'argento, come teste tagliate, monete donate senza il rischio di suicidio impiccato. E appare il vestito bianco, la corona d'oro, ad annunciare l'inizio della meravigliosa, stantia quanto storica, storia della nascita. La verità per chi recita, la leggenda, il divertimento, il motivo d'orgoglio per chi ascolta seduto nel morbido interesse del tempo che passa. Nelle capanne sparse sui monti dormono insieme pastori ed agnelli, la luna brilla nel ciel turchino, vigila il sonno dopo il lavor. Dopo il fuoco che scalda le mani, dopo il vino che scalda le gole, dopo il parlare che scalda le lingue, dopo la paglia che scalda i corpi, dopo il sonno che scalda le menti, la gente si alzava, guardava le stelle, aprendo le bocche, emettendo nubi di stupore, arretrando il busto, allargando le braccia, come le statue del presepe, i pastori che guardano la stella cometa. Sempre inventata prima, nelle leggende, nei racconti, ed ora, su dai monti appare, terrestre, materiale. E cadevano gocce di stelle, color latte, ma calde come scintille dei camini, e morbide come fiocchi di neve. E la gente correva, bussava alle porte, svegliava i dormenti, scuoteva gli armenti, e si vestiva, si rivestiva, si preparava a rincorrere l'astro che si allontanava. Con gli stracci marroni, le gonne larghe verdi, gli zoccoli di legno, i gilet di fustagno, la gente camminava, e scendeva dal monte, unita. Un fiume dalla forma di una mano aperta, ora, che volgeva il palmo a chi viveva in pianura, ora, si divideva in due braccia di un abbraccio che dava calura a chi nella notte più fredda aveva deciso di condividere la voglia di stupirsi, di estranearsi dalle notti seguite dai giorni. E i pescatori marciavano con i pesci ancora guizzanti legati alle canne, i cavalli continuavano a dormire camminando, ma camminavano trainando i carretti su cui il contadino, in fretta e furia, aveva dimenticato le pannocchie che, cadendo, venivano raccolte da bambini a piedi nudi, infreddoliti e affamati. E i fiumi aumentavano la velocità del loro corso, le pale dei mulini giravano più velocemente, e più velocemente producevano farina che, volando nel cielo, dipingeva le note delle zampogne. Gli zampognari, circondati da mandrie di pecore, assunti a capopolo di una rivolta pacifica, unti dall'olio santo sulle loro fronti, seguivano attenti il traballare della stella cometa, pendente dal soffitto, nella scia d’argento indicante la strada da seguire, nella notte buia, nella realtà capovolta, nella conferma d’incanto. I passi contati a diminuzione, i capelli tolti ad avvicinamento, gli scialli riposti sopra le gerle a protezione dei formaggi freschi, del latte caldo, delle panna morbida, del lardo. E nella stalla, accecante nello splendere bianco delle stella, figure incuriosite dalle visite inaspettate, dalle anime pulite di sporco vestite, adoranti, riscaldanti, regalanti, avvolte dalla curiosità. Svelata. Un bambino di gesso, con la faccia scrostata, d'un rosa finto, i capelli di biondo, tinto. I capelli unti d’un uomo vecchio e passito, di blu vestito, senza due dita, la faccia scavata e colpevole. Senza velo addosso, una donna vestita di rosso, rughe agli angoli della bocca, righe nere intorno agli occhi, ammicca sotto la rete per capelli. E con le pelli tese, un bue e un asino, sgualciti e stracchi, spelacchiati e zoppi, guardano buoni, proni al destino, il bambino inanimato, da svegliare, rianimare, vegliare a lungo, la notte, col loro fiato. Col loro caldo e con dedizione, col loro sforzo e disperazione, mentre applaudono i preti, mentre applaudono i genitori, mentre applaudono le suore, mentre piangono i bambini, lacrime amare, il potere dell'amore.




permalink | inviato da Clockwork il 4/1/2008 alle 20:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (10) | Versione per la stampa
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